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    10 Things I Learned In Therapy That Made Me a Better Leader

    May 10, 2022

    Kira La Forgia (and the cast of Selling Sunset)

    I have been managing people in an in-person setting for nearly decade, and while I have always considered myself to be a leadership “guru”, reading all the books, advocating for all the people, and fangirling over all the LinkedIn psychologists (my personal fave), I never really grasped the importance and impact a good leader can have until a few years ago when I started going to therapy.

    Now, this isn’t going to be a sobfest about how hard life is, or even an infomercial to go to therapy yourself. In fact, what I work through and talk about in therapy is generally extremely personal and private.

    A few months ago, I started talking with some colleagues in our Set To Scale more and more about the things I had been talking to my therapist about. At this time, some of the most difficult to navigate relationships and feelings were coming up as I was truly embracing this journey as an entrepreneur. Feelings of worth, and value. Moments of overwhelm and uncertainty. And of course, the all important Imposter Syndrome that lives in many of our brains rent free forever. True story: when my therapist brought up the possibility that I WAS worthy of my success and that it could be Imposter Syndrome telling me these stories, my exact words to her were:

    Come Riconoscere la Dipendenza dal Gioco: la Guida di Fortunareale

    La dipendenza dal gioco d’azzardo è una condizione clinicamente riconosciuta che colpisce una percentuale significativa della popolazione mondiale. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si stima che tra l’1% e il 3% degli adulti nei paesi con mercati del gioco regolamentati sviluppi nel corso della propria vita una forma di dipendenza patologica. In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità ha stimato che circa 1,3 milioni di persone soffrano di disturbo da gioco d’azzardo in forma grave o moderata, con un ulteriore bacino di individui a rischio che potrebbe superare i 2 milioni. Questi numeri rendono la questione non solo una preoccupazione individuale, ma un problema di salute pubblica che merita attenzione seria e informata. Riconoscere i segnali della dipendenza — in se stessi o in una persona cara — è il primo passo fondamentale verso la risoluzione del problema. Questo articolo esplora i meccanismi psicologici e comportamentali alla base del disturbo, i segnali concreti da osservare e le risorse disponibili per chi cerca aiuto.

    Cos’è la Dipendenza dal Gioco e Come si Sviluppa

    Il disturbo da gioco d’azzardo, classificato nel DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione, pubblicato nel 2013) come “Gambling Disorder”, è stato spostato dalla categoria dei disturbi del controllo degli impulsi a quella dei disturbi correlati a sostanze e dipendenze. Questo spostamento non è casuale: riflette decenni di ricerca neuroscientifica che hanno dimostrato come il gioco patologico attivi gli stessi circuiti cerebrali della dipendenza da sostanze, in particolare il sistema dopaminergico della ricompensa.

    Quando una persona gioca e vince — o anche solo quando si trova in prossimità di una vincita — il cervello rilascia dopamina, il neurotrasmettitore associato al piacere e alla motivazione. Con il tempo e la ripetizione, il cervello si adatta a questi picchi artificiali di dopamina, richiedendo stimoli sempre più intensi per produrre la stessa risposta emotiva. Questo fenomeno, noto come tolleranza, è del tutto analogo a quello osservato nei consumatori di alcol o droghe. La differenza fondamentale è che nel gioco d’azzardo non viene introdotta nessuna sostanza chimica esterna: è il comportamento stesso a produrre alterazioni neurochimiche profonde e durature.

    La dipendenza non si sviluppa dall’oggi al domani. Gli esperti descrivono tipicamente una progressione in tre fasi. La prima è la fase vincente, in cui il giocatore sperimenta vittorie iniziali (spesso reali, talvolta percepite come tali) che alimentano l’ottimismo e la convinzione di poter controllare l’esito del gioco. La seconda è la fase perdente, caratterizzata da sessioni di gioco sempre più lunghe, dalla tendenza a inseguire le perdite — il cosiddetto “chasing” — e dalla necessità di nascondere il comportamento agli altri. La terza è la fase della disperazione, in cui il giocatore ha perso il controllo completo, può aver contratto debiti significativi, e sperimenta conseguenze gravi sul piano familiare, lavorativo e legale.

    È importante sottolineare che la vulnerabilità alla dipendenza da gioco non è distribuita in modo uniforme nella popolazione. Fattori genetici, esperienze traumatiche nell’infanzia, disturbi d’ansia o depressione preesistenti, e l’esposizione precoce al gioco durante l’adolescenza aumentano significativamente il rischio individuale. La ricerca ha anche evidenziato che alcune categorie demografiche — in particolare gli uomini tra i 18 e i 35 anni, ma con una crescita preoccupante tra le donne e gli anziani — mostrano tassi di incidenza più elevati.

    I Segnali Comportamentali e Psicologici da Riconoscere

    Identificare la dipendenza dal gioco richiede la capacità di distinguere tra un comportamento ricreativo — che può includere sessioni di gioco regolari e persino perdite occasionali — e un pattern patologico che compromette il funzionamento quotidiano della persona. Il DSM-5 fornisce criteri diagnostici precisi: per ricevere una diagnosi di Gambling Disorder, un individuo deve soddisfare almeno quattro dei seguenti nove criteri nell’arco di dodici mesi.

    Il primo criterio riguarda la tolleranza: il bisogno di giocare con somme di denaro crescenti per ottenere lo stesso livello di eccitazione. Il secondo è l’astinenza: irritabilità, agitazione o malessere quando si tenta di ridurre o interrompere il gioco. Il terzo è la perdita di controllo: tentativi ripetuti e falliti di smettere o ridurre il gioco. Il quarto è la preoccupazione: pensieri ricorrenti e invasivi legati al gioco, alla pianificazione della prossima sessione, o a come procurarsi denaro per giocare. Il quinto è il gioco come meccanismo di coping: la tendenza a giocare quando ci si sente in difficoltà emotiva — ansiosi, depressi, colpevoli, impotenti. Il sesto è l’inseguimento delle perdite: il ritorno al gioco il giorno successivo a una perdita significativa nel tentativo di recuperare. Il settimo è la menzogna: il nascondere sistematicamente l’entità del coinvolgimento nel gioco a familiari, amici o terapeuti. L’ottavo criterio riguarda le conseguenze sociali: il mettere a rischio o perdere relazioni significative, opportunità lavorative o percorsi formativi a causa del gioco. Il nono è il ricorso ad altri per risolvere i problemi finanziari causati dal gioco.

    Sul piano comportamentale osservabile dall’esterno, esistono segnali che chi è vicino a un giocatore problematico può imparare a riconoscere. Tra questi: l’assenza inspiegabile di denaro nonostante un reddito stabile, il ritiro da attività sociali precedentemente apprezzate, cambiamenti improvvisi nell’umore (euforia alternata a depressione profonda), la comparsa di debiti non giustificati da spese evidenti, l’utilizzo del telefono o del computer in modo furtivo e difensivo, e la tendenza a isolarsi fisicamente o emotivamente dai propri cari. In molti casi, il giocatore patologico sviluppa anche distorsioni cognitive caratteristiche, come la “fallacia del giocatore” (la convinzione che dopo una serie di perdite sia statisticamente più probabile una vincita), l’illusione di controllo (la credenza di poter influenzare l’esito di eventi casuali attraverso rituali o strategie), e la memoria selettiva delle vincite rispetto alle perdite.

    Portali informativi come https://fortunareale.com/ offrono sezioni dedicate alla consapevolezza sul gioco responsabile, dove vengono illustrati in dettaglio i criteri diagnostici e le risorse di supporto disponibili in Italia, contribuendo a diffondere informazioni accurate in un settore spesso caratterizzato da scarsa trasparenza.

    Un aspetto particolarmente insidioso della dipendenza da gioco online — che in Italia ha registrato una crescita costante dal 2011, anno in cui l’AAMS, oggi ADM (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli), ha iniziato a regolamentare il mercato digitale — è la disponibilità continua delle piattaforme. A differenza dei casinò fisici, che hanno orari di apertura e richiedono uno spostamento fisico, le piattaforme digitali sono accessibili ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, da qualsiasi dispositivo connesso a Internet. Questa accessibilità abbatte le barriere naturali che in passato potevano interrompere o rallentare il ciclo del gioco compulsivo.

    Il Contesto Normativo Italiano e gli Strumenti di Protezione Disponibili

    L’Italia è uno dei mercati del gioco d’azzardo più regolamentati d’Europa. Il quadro normativo attuale è il risultato di una stratificazione legislativa che affonda le radici nel Regio Decreto del 1931, ma che si è trasformata radicalmente negli ultimi due decenni. Il Decreto Legislativo 158/2012, noto come “Decreto Balduzzi”, ha introdotto per la prima volta in modo organico misure di prevenzione del gioco patologico nel sistema sanitario nazionale, imponendo ai concessionari di gioco obblighi specifici in materia di comunicazione responsabile e di messa a disposizione di strumenti di autoesclusione.

    Con la Legge di Bilancio 2019, il cosiddetto “Decreto Dignità” (Decreto Legge 87/2018, convertito in Legge 96/2018) ha introdotto il divieto totale di pubblicità del gioco d’azzardo in Italia, con alcune eccezioni per le lotterie nazionali. Questa misura, tra le più restrittive in Europa, ha avuto l’obiettivo dichiarato di ridurre l’esposizione della popolazione — e in particolare dei minori e dei soggetti vulnerabili — alla normalizzazione del gioco come attività ricreativa ordinaria. Gli effetti di questa normativa sul comportamento dei consumatori sono stati oggetto di studio, con risultati contrastanti: se da un lato ha ridotto la visibilità del gioco nei media tradizionali, dall’altro ha spinto parte del mercato verso canali meno regolamentati o verso operatori senza licenza italiana.

    Sul piano degli strumenti concreti a disposizione dei giocatori, l’ADM gestisce il Registro Unico delle Autoesclusioni (RUA), che consente a chiunque di richiedere la propria esclusione da tutte le piattaforme di gioco online autorizzate in Italia. Una volta inserito nel registro, il giocatore non può aprire nuovi conti di gioco né accedere a quelli esistenti presso i concessionari licenziati. Questo strumento, introdotto operativamente nel 2017 e progressivamente potenziato, rappresenta uno dei meccanismi di protezione più efficaci disponibili, a condizione che il giocatore sia in grado di riconoscere il proprio problema e di fare il passo di richiedere l’autoesclusione.

    Le piattaforme autorizzate sono inoltre obbligate a mettere a disposizione degli utenti una serie di strumenti di gioco responsabile: limiti di deposito giornalieri, settimanali e mensili che l’utente può impostare autonomamente; limiti di perdita; limiti di tempo di sessione; la possibilità di richiedere un’autoesclusione temporanea (da ventiquattro ore a sei mesi) o permanente. Questi strumenti sono efficaci solo se utilizzati proattivamente, il che richiede un livello di consapevolezza e autocontrollo che spesso manca proprio nelle persone che ne avrebbero più bisogno. Per questo motivo, la ricerca nel campo della salute pubblica ha iniziato a esplorare modelli di “opt-out” piuttosto che “opt-in”, in cui i limiti di protezione sono attivi per impostazione predefinita e devono essere disattivati consapevolmente dall’utente.

    Fortunareale, come altri portali informativi dedicati al settore del gioco online in Italia, ha la responsabilità editoriale di comunicare in modo chiaro le caratteristiche degli operatori autorizzati, includendo informazioni sui meccanismi di protezione offerti e sui canali di supporto per il gioco problematico. La qualità di questa informazione ha un impatto diretto sulla capacità degli utenti di fare scelte consapevoli.

    Dove Cercare Aiuto e Come Supportare Chi è in Difficoltà

    Il percorso verso il riconoscimento e il trattamento della dipendenza da gioco d’azzardo è spesso lungo e non lineare. La negazione è una caratteristica centrale del disturbo: molti giocatori patologici impiegano anni prima di ammettere a se stessi — e poi agli altri — la reale entità del problema. Questa negazione non è una questione di carattere o di volontà, ma un meccanismo psicologico di difesa che il cervello dipendente utilizza per proteggere il comportamento che percepisce come necessario alla propria sopravvivenza emotiva.

    In Italia, la rete di supporto per il gioco patologico si articola su più livelli. Il Servizio Sanitario Nazionale offre trattamento attraverso i SerD (Servizi per le Dipendenze), presenti in ogni ASL del territorio nazionale. I SerD offrono valutazione diagnostica, psicoterapia individuale e di gruppo, supporto farmacologico quando indicato (alcuni studi hanno dimostrato l’efficacia di farmaci come la naltrexone nella riduzione dell’impulso al gioco), e programmi di riabilitazione. L’accesso ai SerD è gratuito e non richiede impegnativa medica, il che abbassa significativamente la barriera all’ingresso per chi cerca aiuto.

    Il Telefono Verde contro il Gioco d’Azzardo (TVGA), gestito dall’Istituto Superiore di Sanità al numero 800 558 822, offre un servizio di ascolto, orientamento e supporto attivo dal 2012. Il servizio è gratuito, anonimo e disponibile dal lunedì al venerdì nelle ore diurne. I dati pubblicati dall’ISS mostrano che la maggior parte delle chiamate proviene da familiari e partner dei giocatori, non dai giocatori stessi — un dato che conferma quanto sia difficile per chi è nel mezzo del problema riconoscerlo e cercare aiuto autonomamente.

    Le associazioni di mutuo aiuto, in particolare i Giocatori Anonimi (GA) — il cui modello si ispira ai dodici passi degli Alcolisti Anonimi — offrono gruppi di supporto peer-to-peer in molte città italiane. Parallelamente, i Gam-Anon sono gruppi dedicati ai familiari e alle persone care dei giocatori, che spesso sperimentano conseguenze significative del disturbo senza avere strumenti per gestirle. La ricerca ha dimostrato che il coinvolgimento della rete familiare nel processo di recupero migliora significativamente i tassi di successo a lungo termine.

    Per chi preferisce un approccio digitale, esistono piattaforme di supporto online che offrono forum moderati, chat con professionisti e materiali psicoeducativi. Questo tipo di risorse è particolarmente utile per chi vive in aree con scarsa presenza di servizi territoriali, o per chi non si sente ancora pronto a cercare aiuto in presenza. È fondamentale, tuttavia, verificare che queste piattaforme siano gestite da professionisti qualificati e che le informazioni fornite siano basate su evidenze scientifiche.

    Per chi si trova a supportare un familiare o un amico con un problema di gioco, gli esperti raccomandano di evitare approcci basati sulla colpevolizzazione o sulla moralizzazione, che tendono a rafforzare la vergogna e quindi la negazione. È più efficace esprimere preoccupazione in modo diretto e non giudicante, informarsi sui servizi disponibili prima di avere la conversazione, e stabilire confini chiari rispetto al sostegno finanziario — che spesso alimenta involontariamente il comportamento problematico. Pagare i debiti di un giocatore senza che questi abbia intrapreso un percorso di trattamento non risolve il problema, ma rimuove temporaneamente una delle conseguenze che potrebbero motivare il cambiamento.

    Riconoscere la dipendenza dal gioco è un atto di coraggio che richiede onestà con se stessi e la capacità di mettere da parte la vergogna — un’emozione pervasiva e paralizzante che accompagna quasi universalmente questo disturbo. La dipendenza da gioco non è una debolezza morale né una scelta consapevole: è una condizione clinica con basi neurobiologiche documentate, che risponde al trattamento quando questo viene intrapreso in modo adeguato e continuativo. Le risorse esistono, i professionisti sono formati per aiutare senza giudicare, e il recupero — sebbene impegnativo — è una possibilità concreta per chiunque decida di percorrere questa strada.

    “I can’t possibly have Imposter Syndrome… I AM an actual imposter.”

    At this (meta) moment, I realized how deep these stories we tell ourselves go. While I always considered therapy a place to help me work through personal and work related issues, I never really considered how compartmentalized I kept my feelings about myself and my professional life. Once I allowed myself to truly see the whole picture of who I am (friend, daughter, sister, wife, professional, coach, consultant, entrepreneur, employee, mentor) as one person as opposed to the fractional pieces of all the things that make me who I am, I saw the parallels between the work I was doing in therapy and the work that happens in the (virtual) office.

    You don’t have to know why I learned these lessons, but here’s a shortcut to hopefully help you become a better leader. 😉

    1. I’m not responsible for your feelings, but I am responsible for your experience.

    This was a hard one to grasp as an unapologetically stubborn and independent person. I tend to take radical accountability for my own experiences, which admittedly takes an unusual amount of effort, self reflection, and self awareness. Not to say this is what makes me sooo great or anything, but the difference between an employee and an entrepreneur is the freedom to NOT have to carry this weight every day while accomplishing the tasks that make up a job.

    Yes, it is true that our most successful, superstar employees often are that way because they take initiative for their experience as well as the quality of their work. But, we cannot expect that people will have the same feelings we do about our situation. We can, however, create a safe environment where our teams can have a good, neutral, experience while working for us.

    1. Accountability is key.

    My therapist told me “if two people are responsible for something, then no one is.” and that really stuck with me when creating team structures and managing moving pieces in a small company. Especially when it comes to delegation, we have a tendency to hold on to certain parts of a project or task. This limits the impact that any one individual can have on the quality of the task.

    1. Don’t believe everything you think.

    Letting go of the things I “believed” to be true has never been more true than when working with diverse teams with various and sometimes conflicting perspectives. In team management, it can feel like you are Gumby sometimes being pulled in many different directions when hearing different perspective of certain situations.

    1. Easy come, easy go… most of the time.

    Where you put your time is often where you yield the best results… Even more than where you invest money. The quality over quantity thing is a hard lesson to learn in every area of life ESPECIALLY when we have Amazon and fast fashion around every corner. Hiring and developing a core group of team members is going to yield a higher level result than putting bandaids on issues and “hacking” your way to success. We hear this a lot in marketing rhetoric regarding investing in yourself and your business, and there is a place for that as well, but I would argue that you will still get a better result if you are putting a minute of focused attention for every dollar you spend on something.

    1. Don’t strive for permanence, strive for the best experience.

    We are always looking for THE magic solution. Especially when we are in times of stress, it is human nature to look for the simple, black and white truth of it all. Entrepreneurs with a constant flow of ideas and stressors love a black and white answer. The truth is, the value is in the nuance. It’s not a if/then conversation with other people.

    We get to have a developing opinion on a topic, or no opinion at all. We get to have a lot of feelings, or none. We get to decide our level of investment in a situation. We can’t control everything, so we have to embrace the unknown and try to have the best time in the process, and sometimes that means living in the grey area. << hence the whole HR #butmakeitfun thing >>

    1. Is it a boundary, or avoidance?

    If you find yourself saying “that’s a boundary” without any context as to why you want to set this boundary, you are creating a situation of avoidance. Actually, setting an intentional boundary is one of the most introspective things you can do. To understand the impact of a boundary, you have to be able to vocalize the impact that actions have on any given situation.

    In management, I often see managers shy away from an uncomfortable situation with an employee because of their own limits and boundaries. To which I ask, “why is it important for you to avoid this conversation?” I tend to be a leader who pushes my team into uncomfortable situations, and sure, sometimes I have to pedal back and take the wheel for the psychological safety of my team member. For example, if a client is screaming at my team member, it is not their job to sit there and take it, as part of our code of conduct. It is my job to protect their experience if it is going to cause undue damage to their feelings of safety at work.

    As you can imagine, boundaries are a hot topic between my therapist and I, and I have a lot more to say on the matter. I prefer to create an environment that doesn’t call for the evocation of boundaries, but instead a common language and understanding for a supportive and productive environment.

    1. Ego is the enemy.

    When I have had to take a look at the failings or falterings of my team or myself, it can be SO hard to look at my feelings and identify their origination as ego driven. Once I learned to recognize when my ego is bruised or I missed a step, it ironically made it a lot easier to get past those situations with my team members, which leads right into…

    1. Admitting you don’t know is not a sign of weakness, it’s a sign of strength.

    When I was learning how to establish myself as a leader, the one thing I knew I could control was the amount of information that I absorbed, understood, and could spew out at a moment’s notice. However, it is impossible to know ALL the answers, and putting that pressure on yourself is a nearly impossible task to keep up with. Instead of spending time trying to have all the answers, default to confidence that you will figure it out, and you will act in integrity along the way.

    1. Confidence is earned.

    I know you don’t want to hear this, but the best way to prepare yourself to be a good manager and an effective leader is experience. Being able to recall mistakes you’ve made, and correct them in similar situations is invaluable. The truth is, there is no shortcut to confidence as a manager.

    1. Happiness is a mood, not a personality trait.

    It is literally impossible to be happy all the time. Just the same way our nervous systems get raw with overstimulation, constant joy and happiness can be exhausting. Honestly, the fact that “being happy” is a goal of so many people is a travesty. My therapist helped me understand how to reframe a circumstance to create a more favorable experience for myself, my team, or my colleagues.

    When it comes to management, there is a theme that small business owners seem to gravitate toward that asks our team members to be positive and happy throughout their experience at work. I have even seen job descriptions that ask for “happy people” to apply and screen their candidates based on the “vibe” they get during the interview.

    Summary

    Being a good leader isn’t something that you learn from a book, or by subscribing to this blog, or getting all the management training that is available to you. Trying to find ways to hack management will leave you discouraged and without a team to manage. There are a million and one different ways to mess up a management situation, and there are even more ways to do it “right”… whatever that means to you.

    Instead of trying to find all the answers, think of the ways in which you can learn and understand more about yourself. Get comfortable with asking yourself why you shy away from certain confrontations, learn to put your ego in check, and join a community that challenges the way you navigate situations with your team, hire the people who don’t look or sound like you.

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